Politica

Giuliano Poletti, gaffeur a sua insaputa

Scritto da Vito Scarimbolo. Postato in Politica

Ormai ogni sortita del Ministro pare studiata per picconare il consenso del Governo e del suo partito

 

In principio furono le lauree ed i 110 dieci e lode fuoricorso; poi vennero gli strali contro i lavoratori italiani all’estero; last but not the least, galeotto è stato un incontro con gli studenti d’un istituto tecnico nel bolognese. “In Italia si trova più lavoro giocando a calcetto che mandando curriculum”, avrebbe detto Giuliano Poletti ai giovani astanti.

“Poletti, dacci oggi la nostra polemica quotidiana”, verrebbe da dire. In effetti, al netto delle calunniose vicende create ad arte sul Ministro Boschi e sul fu-Ministro Federica Guidi (entrambe dissoltesi sulla soglia dei tribunali), il Ministro del Lavoro sembra il membro del Governo più facilmente propenso a dare fiato a commentatori e polemisti di professione, siano essi tribuni da talk, editorialisti o semplici utenti social.

A ben guardare, tuttavia, le intemerate del Ministro Poletti si riducono quasi sempre a ovvietà distorte per l’utilizzo di balzane metafore o a riflessioni coraggiosamente anticonformiste e che, fossero proferite da altre bocche, strapperebbero commenti ben più indulgenti quando non addirittura applausi entusiastici.

Prendiamo, tra le sue dichiarazioni, quelle più recenti: “Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum». Si tratta di una verità quasi banale, d’un ragionamento espresso con rozzezza verace, forse, ma corretto. O qualcuno potrebbe negarne la verità, peraltro corroborata dai dati Istat (come segnalano da “Il Foglio”) e assai più efficacemente dalla comune esperienza d’ognuno di noi? Eppure gli attacchi si sono presentati con puntualità pavloviana, corredati dalle solite richieste di dimissioni. Certo è che ormai il Ministro dovrebbe avere ben chiaro come ogni suo gesto assuma una eco spropositata, sicché sarebbe auspicabile limitasse al minimo gli interventi pubblici o s’attenesse alla maggiore linearità di pensiero possibile. Magari in un altro Paese non sarebbe neppure necessario; ma nel nostro, pieno di giornali dai titoli insinuanti e dagli occhielli strizzati ai militanti dell’indignazione permanente, è chiamato ad una maggiore continenza verbale. Soprattutto perché si tratta d’un momento non facile per il suo Governo e per il Partito democratico che egli rappresenta, sicché di tutto si ha bisogno fuorché di nuove polemiche che screditino la squadra guidata dal Premier Gentiloni o ne oscurino i successi (si veda l’encomiabile lavoro sulla sicurezza realizzato da Marco Minniti)

Anni fa per il calciatore barese Antonio Cassano fu coniata l’espressione “cassanata”, a indicare una delle uscite tipiche del fenomeno di Bari Vecchia noto per avere la testa calda almeno quanto i piedi.
Ci tiene davvero, Ministro, a che le gaffe dei politici futuri prendano il suo nome? “Polettate” non suona neppure bene. Mi permetta quindi un suggerimento: dato che non può fare come tal Giuseppe Grillo, che per schivar le critiche muta continuamente pelle da “politico” a “comico”, segua invece l’esempio di Pierluigi Bersani. Quando vuole esprimere un concetto davanti ad un’ampia platea, ricorra a incomprensibili metafore animalesche; straparli di mucche nei corridoi, tacchini sui tetti e altre bestiali amenità; vedrà che le sue parole, lungi dall’alimentare polemiche, verranno accolte per lo più da sorrisi condiscendenti e bonari scuotimenti di capo, forse appena disturbati dal borbottìo di qualche accolita renziano nelle retrovie. Ma soprattutto tenga sempre a mente quanto Giovanni Verga scriveva, per descrivere uno dei suoi personaggi, ne “I Malavoglia”: “[…] diceva sempre la verità e la gente, che non amava sentirsela cantare, l’accusava d’essere una lingua d’Inferno”.