Politica

Il Partito Democratico che vorrei

Scritto da Antonella Gramigna. Postato in Politica

Vorrei un PD dove contino gli eletti ma che sia anche in grado di coinvolgere i militanti, i volontari e i simpatizzanti nell’elaborare una visione del paese e policy concrete.

 

Ma cosa deve diventare esattamente il Pd? Ecco la domanda che tutti noi dovremmo farci, invece di dividerci e scannarsi su chi debba essere alla sua guida. Questa la domanda: la nascita, o rinascita, di una cultura politica nuova, moderna, che tenga conto dei risultati del passato, buoni e meno buoni, ma che sappia guardare al futuro con freschezza. Penso che sia assolutamente necessario ed urgente riconoscere che c’è un gran bisogno di tornare a far innamorare della politica attraverso dialoghi continui e costanti, attraverso ogni forma possibile.

Non si può applicare ad un partito la targhetta di “sinistra” se poi non combattiamo le gigantesche ingiustizie ed ineguaglianze del nostro tempo. Oggi più che mai, più di ieri, occorre parlare di Istruzione, Economia, Formazione, Sicurezza, Cultura e Welfare state. Tutti ambiti preziosi di cui ci siamo occupati, ma forse non troppo, o troppo poco. La sconfitta referendaria, diciamolo, è stata la sconfitta voluta da chi attendeva il cambiamento che non ha visto. O, almeno, chi non l’ha percepito come doveva. Chi non ha sentito direttamente le migliorie urlate ai quattro venti.

Ciò che è stato fatto dal Pd è stato molto, ma non abbastanza. Ecco che arriva la delusione, la disaffezione, lo sconforto. Interpretare senza paraocchi questo disagio penso sia di sinistra, di quella sinistra riformista ed innovatrice che sa incassare il colpo ma che sa ripartire con forza. Non meravigliamoci dell’esplosione della rabbia e dello scontento, è fisiologico, naturale.

L’elettore e militante tradito si ribella alla “non risposta”. Ed ecco che prendono campo forze politiche diverse, che parlano alla pancia ed incitano a votare con quella parte, anziché con la mente. necessario prendere atto che la vecchia forma- partito sia ormai tramontata, finita, e che vi sia necessità di aprire la finestra a nuove inclusioni, aperture alla cittadinanza attiva, che è fuori dai partiti ma che può produrre nuove parole, nuovi paradigmi.

Ignorare tutto un mondo che attraverso percorsi diversi (e penso ai tanti comitati referendari), composto da una cittadinanza matura e consapevole che ha saputo raccogliere energie intellettuali, scientifiche, capaci di aver divulgato contenuti di grande spessore su vari argomenti, che hanno ascoltato e parlato con migliaia di cittadini, preso in mano le loro istanze, sarebbe un grave errore.

Altro errore che si potrebbe adesso compiere è quello di perseverare con la logica della autoconservazione, ignorando l’enorme lavoro svolto dalla società civile. Sarebbe opportuno dare ascolto ed offrire inclusione a tutti questi “cantieri aperti”, anziché incolparli di nuove divisioni. La politica è “un bene comune”, dobbiamo più sforzarci di immaginare una nuova forma della soggettività politica pluralista, inclusiva, che incoraggi e organizzi la partecipazione dei cittadini, più che scannarci per le “regole”.

Perché non tentare immaginare un ” nuovo” Partito democratico che possa cambiare davvero verso, superando la forma del vecchio schema di derivazione verticale e centralizzato, e mettendo al centro la rete dei militanti e cittadini attivi, chiamati a dire la loro attraverso i media ed i social, ormai al primo posto nel dibattito pubblico?. Non solo negli appuntamenti elettorali o referendari, ma sempre, ogni giorno, attraverso le nuove forme di comunicazione e interazione cercare di sciogliere i dissensi e offrire chiarimenti a chi li necessita, costruire dibattiti che portano obbligatoriamente ad ascoltare ciò che il cittadino chiede.

Non credete che potrebbe essere quello strumento importante che porterebbe maggiore partecipazione dei cittadini, rendendo così più forte lo spirito di coesione? L’esperienza dei “circoli on line” di cui faccio parte, ha dimostrato che esiste un mondo di persone che non frequentano le sedi politiche territoriali per vario motivo, ma che hanno piacere di partecipare alle discussioni.

I documenti redatti con proposte, regolarmente votati ed inviati alla segreteria nazionale, hanno avuto l’attenzione che meritavano? Partiamo da qui. Il cittadino, conta. Conta la sua opinione, conta il suo contributo, la sua aspettativa. Questo non significa avere sempre ragione, ma significa “parliamone e troviamo una convergenza, laddove si rende possibile e plausibile”.

Ecco il Pd che vorrei, quello dove ogni cittadino possa avere voce, possa trovare la sua “casa”, possa sentirsi tra amici e non tra franchi tiratori. E che il segretario, chiunque sia, debba tenere conto della maggioranza, con un occhio attento e rispettoso anche di chi non la pensi come loro. Ed altrettanto mi aspetto dalla minoranza, che non getti fango e metta a repentaglio l’intero partito ponendosi in posizione di sfida e non di supporto.

Non è pensabile che una decisione votata a maggioranza debba creare all’interno un secondo partito di minoranza che rema contro lo stesso. E’ ora di finirla. Perché chi l’ha costruito questo partito, nel 2007, voleva qualcosa di diverso. Ho sostenuto Renzi e confido nella sua prossima candidatura, ma rivendico la mia assidua militanza che prescinde dal suo leader. Come ho fatto in passato. Sogno un partito, come allora, dove tutti possano contribuire alla costruzione e attuazione di una politica di cambiamento del paese, perché ne ha davvero un disperato bisogno.

E se da un lato occorre mantenere saldi i valori del progressismo, dall’altro il PD necessita di una notevole infusione di liberalismo. Perché ciò che serve all’Italia è tenere insieme liberalismo, economia di mercato – con una vera meritocrazia diffusa – redistribuzione, welfare state avanzato e universale (perché oggi non lo è) e una vera uguaglianza di opportunità. Ma se l’economia non cresce, se la meritocrazia è mortificata e la mobilità sociale è inesistente, è impossibile avviare politiche sociali e di solidarietà che funzionino.

Vorrei un PD dove contino gli eletti ma che sia anche in grado di coinvolgere i militanti, i volontari e i simpatizzanti nell’elaborare una visione del paese e policy concrete, portando a sintesi i contributi degli eletti con quelle dei militanti. Che non sia pertanto solo un perenne comitato elettorale, che non rottami i suoi dirigenti più “vecchi”, ma li sappia valorizzare, a patto che anche questi abbiano l’umiltà di fare da consiglieri e non da padroni.

Un Partito osmotico con la società civile, con Primarie aperte, per avere la massima rappresentatività popolare che non sia solo egemonia personale di tessere, con relativa maratona a chi ne fa di più, ma davvero espressione pluralista. E basta con la perenne guerra fratricida: ci si può scontrare anche duramente ma poi è necessario unirsi come comunità di persone che condividono valori fondamentali: si fa parte della stessa famiglia e si lavora insieme. Per farlo ci vuole la consapevolezza che ciò che ci accomuna è molto più grande di noi stessi e dei leader che sosteniamo, ed è il nostro Paese.

                                                                                                           Fonte: Unità.tv