Politica

Il bivio del renzismo

Scritto da Edoardo Di Benedetto. Postato in Politica

L’idea di una politica maggioritaria e decisionista incarnata dall’ex Premier Matteo Renzi è stata piegata il 4 Dicembre. Adesso il renzismo si trova a un bivio tra la gestione dell’esistente e il rilancio riformatore. Ecco perché, nonostante la debacle, è la seconda la strada da seguire.

 

‘‘Per me è tempo di rimettersi in cammino’’, con queste parole Matteo Renzi si è congedato 15 minuti dopo la mezzanotte della sconfitta più cocente della sua carriera. Sarebbe semplicemente un artificio retorico se non che le sue parole rappresentano plasticamente non solo il destino di un uomo, ma di un’idea d’Italia, maggioritaria e finalmente decidente, che ha conquistato, dopo decenni di fallimenti, circa 13 milioni di cittadini. Non la maggioranza purtroppo, non abbastanza per cambiare un sistema istituzionale fatiscente e in fase di deflagrazione progressiva. Rimettersi in cammino, dunque, anche per non sottomettersi alla concezione consociativa e assemblearista, a cui la politica italiana sembra pericolosamente e masochisticamente avviata. Il fulcro, però, della nostra riflessione risiede nel trovare le modalità attraverso le quali il renzismo possa superare questa difficile fase e riesca a costruire nuovamente una strada riformista. Infatti, emerge una complessa coesistenza fra Matteo Renzi, leader decisionista e funzionale a un sistema maggioritario, e un sistema invece incrostato di elementi eccessivamente assembleari. Nonostante la sonora bocciatura del 4 Dicembre, appare evidente, infatti, che la Costituzione italiana, nata per un accordo compromissorio fra le due principali forze politiche dell’epoca, non è adeguata per dare risposte alle complessità del nostro tempo a causa delle eccessive lungaggini parlamentari e burocratiche. Il post-referendum ci mostra una realtà interessante, dove il perno del sistema rimane ugualmente Renzi, che, benché dimissionario, è riuscito a evitare che la crisi potesse creare problemi nettamente maggiori al Paese. Analizzata, dunque, l’effettiva centralità dell’ex premier, risultano decisamente comprensibili i dubbi e le perplessità riguardo a un suo ruolo di futuro riformatore e non solo di gestore – anche informale – dell’ordinario. Il NO, infatti, ha messo insieme due fronti contrapposti e difficilmente conciliabili: da un lato una vecchia classe dirigente infastidita e invelenita dall’esuberanza di un giovane premier, non facente parte della ristretta cerchia della presunta elité; dall’altro una risposta rabbiosa da parte di chi, sentendosi escluso ed essendo influenzato da una propaganda populista, ha visto nella riforma solo un rafforzamento dell’establishment e non, invece, una delle più grandi riforme della nostra storia. Questa contraddizione ha reso, per ora almeno, impossibile modificare l’apparato istituzionale, che dunque si aggrappa al suo unico appiglio prima della sua disintegrazione. Emblematica, in tal senso, è stata la riflessione de ‘’il Foglio’’ di Claudio Cerasa, che, rappresentando l’alternativa al modello dei sindaci impersonato dal renzismo, ha delineato una pagina vuota. Non appare esserci alcuna alternativa al decisionismo renziano, ma vi è la necessità di ponderare i tempi e i modi di un rilancio politico e culturale. Lasciamo, dunque, che la Pontassieve di Renzi sia uno spazio di meditazione e di attesa, come lo fu Colombey-Les-Deux-Englise per un altro grande statista, che voleva modificare la struttura istituzionale in senso più maggioritario. Ci vorrà più tempo del previsto, ma rimane la consapevolezza dell’inesistenza di modelli alternativi validi nella gestione del potere. Ecco, perché è già tempo di rimettersi in cammino.